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ROSSO SANGUE E NERO I COLORI DELLA TURANDOT ALLA SCALA

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turandot-milanoMILANO. 3 MAG. Una grossa scatola chiodata dalle pareti rosso sangue quella scelta da RaimundBauer per la messa in scena di Turandot che al Teatro alla Scala ha inaugurato la Stagione di Expo sotto la bacchetta di Riccardo Chailly.

Uno scenario di impatto, sicuramente, ma che riporta poco alla Pechino, «al tempo delle favole» descritta dalle splendide note pucciniane. Una sorta di violenza dichiarata che si riscontra anche nei costumi tutti rigorosamente neri ( esclusi quelli dei buoni, Liù e il padre cieco di Calef) fra i quali sovrasta quello di Turandot coperta da un mantello di piume nere molto simile a quello del mago Rothbart del balletto Il lago dei cigni. La stessa malignità è descritta sui volti di tutta la corte,truccati da pagliacci “cattivi”su cui, come se non bastasse, viene avvicinata una maschera dall’espressione ancora peggiore. Occhi bistrati stile Arancia meccanica, mancavano i manganelli, sostituiti da mezze lune ambigue simili a grosse banane, una sorta di scettri maneggiati con cura dalla principessa nel duetto con il suo pretendente.

Insomma una regia forte quella di Nikolaus Lehnhoff inondata di sanguinolenti rossi e impressionanti viola. Certo il tutto si confà alla crudeltà della regina Turandot che solo alla fine, scoprendo che amare non è poi così terribile, provoca anche il cambio colore degli effetti luce. Meno male.

Ma veniamo al cantato. La malvagia principessa pechinese è Nina Stemme, che ha conquistato il pubblico della Scala col Ring di Wagner (infatti “è considerato il più grande soprano wagneriana della nostra epoca”). Il soprano ha voce potente ed anche se spesso ricorreva a suoni di petto, giocando con sfumature per dimostrare la potenza e la flessibilità della sua voce, ha offerto una buona prestazione di forte carattere interpretativo. Indubbiamente migliore Maria Agresta, voce purissima di soprano lirico, dal timbro privilegiato e da colori preziosi, dalla tecnica completa, che ha regalato una straordinaria Liù al pubblico scaligero ed ha chi ha visto l’opera da casa in diretta Tv per Rai 5.

AleksandrsAntonenko, la cui voce non ha un timbro particolarmente gradevole, ha dato tuttavia una linea di canto omogenea. Purtroppo gli acuti si sono avvalsi spesso del vibrato il che dimostrava una certa difficoltà nel rendere efficace la pienezza della voce. Non particolarmente emozionante il suo Nessun dorma dal quale ci si aspettava di più.

Il terzo atto per scelta del direttore Chailly è stato chiuso con il finale scritto da Luciano Berio, con cui il Teatro Lirico Sperimentale ebbe l’onore di collaborare dal 1992 sino alla sua scomparsa nell’ambito del Concorso Orpheus e del Progetto Bach/Berio-L’arte della Fuga. Si tratta della prima esecuzione in forma scenica con questo finale. Berio lo compose nel 2001 riprendendo per la prima volta 23 dei 30 complessivi schizzi lasciati da Puccini. La prima assoluta fu diretta proprio da Riccardo Chailly nel 2002 al Festival delle Canarie.

Alla fine dello spettacolo, divergenze di opinioni o meno, il pubblico ha regalato comunque agli artisti in scena 11 minuti di applausi.

FRANCESCA CAMPONERO

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